E' mattina e non ho voglia di fare niente. Dovrei studiare. Dovrei.
Me la ricordano tutti. Sonia. Mamma e papà. Alcuni miei amici. Ma soprattutto me lo ricorda, con testarda insistenza, il libretto universitario che tengo riposto sul comodino della mia cameretta. A volte ho l'impressione che mi spii, che mi controlli, che mi giudichi, che mi suggerisca qualcosa. Una volta ebbi l'illusione, forse, di vedere l'inchiostro ormai ammuffito - che segna con rispettosa costanza i tredici esami che ho miracolosamente superato in otto anni di privilegiata carriera accademica - trasformato in resistente cappio da infilare al collo senza opporre inutili titubanze.
Ma del mio trascurato dovere di studente e della mia rintanata carriera universitaria me lo ricorda anche il vecchietto che gestisce il negozio di alimentari in cui vado, di tanto in tanto, a fare la spesa. Compro il pane, la scamorza, qualche bottiglia di acqua. Gli chiedo quanto devo pagare e lui mi rifila la solita risposta. La solita pugnalata alla mia coscienza eternamente sanguinante: «Dieci euro, avvocato!». Ogni volta provo a spiegargli che non sono avvocato. Che da un po' di tempo a questa parte, ai tomi giuridici, preferisco i sogni ad occhi aperti. Perché, secondo me, sognare ad occhi aperti in una città come quella di Foggia vuole dire avere coraggio. Passione. Temperamento. Anche se i più realisti traducono le tue visioni come voglia di non fare niente.
Qui da noi, infatti, le illusioni, le speranze, la brama di riuscire con i propri mezzi, la creatività di stagionare un mondo ridente e reverente equivalgono ad omaggiarti il riconoscimento pubblico di pazzo. Folle. Utopico senza aver dosato un cucchiaino di sperimentale sapienza.
Prendiamo per esempio un foggiano qualunque che si mette da parte una minima somma di risparmi perché ha l'ambiziosa credenza di aprirsi un negozio. Una volta aperto l'esercizio commerciale, dopo aver saltato con tutta la sua famiglia il pranzo e la cena per due anni consecutivi per mettere da parte un po' di utili quattrini, quel foggiano farà la felicità di più persone: la sua, perché per circa ventiquattro ore sarà convinto di avere raggiunto la sua inaspettata meta lavorativa; in più, farà la felicità degli onnipresenti estorsori locali, che si presenteranno al cospetto del tizio porgendogli un pregevole e raffinato pacco bomba, intimandogli di contribuire, con un opulento saldo settimanale, al giusto mantenimento delle loro sfortunate famiglie.
E' questo uno dei problema di Foggia: la felicità non può avere le ali e se qualcuno le nota, gli spara senza pensarci due volte, anche perché qui da noi non tutti sanno contare fino a tre.
Il mio mestiere attuale è quello del disoccupato, ma vorrei provare a lavorare, a riempirmi le ossa di fatica, a sporcarmi le mani di polvere e di sudore. Nella mia città, però, le uniche gocce di sudore che si materializzano in pochi secondi sono figlie legittime del grande caldo, dell'afa. Specialmente d'estate, specialmente quando ti solletica per la mente l'ambizione di andare in giro a trovare un lavoro regolare, un impiego che non sia a nero.
E' mattina e non ho voglia di fare niente.
Per rilassarmi, dopo aver riflettuto a lungo sull'inesorabile sorte che attende il mio futuro, decido di dormire, anche perché quella del riposo preventivo è un'operazione fisiologica che ripeto con regolarità e metodo quasi tutto il tempo della giornata.
Mentre sogno, questa volta ad occhi chiusi, ho una specie di illuminazione.
Un omino vestito con tuba e smoking si presenta al mio io che galleggia innocuo dentro il sogno. Anche nel sogno sto' dormendo.
Sono sdraiato su un'amaca. Adoro l'ozio. Il dolcissimo far nulla. Il contare l'aria quando passa vicino il mio naso in modo da poterla risucchiare e respirare, per provare a me stesso che nel mondo esiste almeno un minuto di purezza. Di verità scampata alla bugia del silicone.
L'omino cerca di svegliarmi. Prova prima a cantare una canzoncina dolce e poco traumatizzante, ma i miei occhi chiusi e sigillati non gli danno la sperata soddisfazione. Poi incomincia a farmi il solletico sotto le ascelle, ma il suo dito in pochi istanti è già entrato in un vistoso stato di decomposizione. Allora prende il mio inaridito libretto universitario e me lo mette sotto il naso.
Il mio risveglio è immediato e durissimo.
Si alza la tuba dalla testa e si presenta.
E' l'omino dei lavori da fare nella vita. E' abbastanza arrabbiato con me perché ho perso discretamente tempo all'università. E' sconcertato poiché non riesce a capire come mai non mi sono ancora dato da fare nel cercare un lavoro che attenui i miei insuccessi accademici.
Provo a dirgli che in passato ho avuto dei grossi traumi, delle terrificanti seccature, delle sgraziate vicissitudini personali, ma il mio naso, rubando la scena a Pinocchio, si allunga misteriosamente e gli acceca con squisita precisione l'occhio sinistro. Comprendo, allora, che è stato selezionato il momento per raccontare all'omino un po' di verità.
Ma la verità è che la verità non la conoscono neanche io. Il problema è che non fai in tempo ad appendere la fotocopia a colori del diploma della scuola superiore in camera tua, che già ti trovi seduto su una specie di sedia elettrica con dieci professori universitari pronti a farti domande su cose che non hanno mai spiegato a lezione o che non hanno mai scritto sui loro testi biblici-universitari che ti costringono a comprare.
Sono fortunati quei bambini che a tre anni tra i vari go-ga-ga, i tentativi di mamma e papà, e le prove perfettamente riuscite di mi scappa la pappa e ho voglia di cacca che rifilano come gioiosa attrazione alla folla congiunta di amici e di parenti, inseriscono inconsciamente anche il mestiere che vogliono esercitare da grandi. E molti di loro ci riescono pure. Come mio fratello. Beato lui. Ha sempre saputo quello che voleva fare: il biologo-ricercatore. C'è riuscito, e se fossi io l'omino con la tuba gli farei tanto di cappello.
Sin da piccolo, mio fratello, parlava in modo strano. Ogni tanto, dalla bocca, tirava fuori allucinanti termini scientifici intimi consanguinei del latino andato. Di quello che se non è morto, quanto meno è in coma profondo. Ed io non lo capivo. Non riuscivo a stare al suo passo. Quando giocavamo, lui (a dieci anni, con gli occhiali finti per darsi un certo tono, tra un libro di microrganismi ed uno scritto veloce di Darwin, mentre si prendeva il lusso di dieci minuti di pausa culturale) voleva per forza fare lo scienziato, l'inventore, colui che salvava me e mia sorella da ogni tipo di male in cui eravamo capitati. Mio fratello ha seguito la sua strada, il suo sentiero.
Io, invece, da piccolo non ho mai ben capito cosa volevo fare da grande.
Ho eliminato subito dalla lista dei mestieri candidati quello dell'astronauta. Conoscevo troppa gente desiderosa di fare quel lavoro spaziale, quindi mi sarei considerato disoccupato prima ancora di cominciare a vivere. Allora puntai tutta la mia attenzione sull'occupazione monastica. Posto fisso, calo della disoccupazione, una bella uniforme che richiama pur sempre l'attenzione delle donne, la domenica impegnata e poi il resto della settimana con qualche ora più libera... insomma avevo mille incentivi per buttarmi nel campo clericale. Anche perché ero spinto dall'incoraggiante preghiera delle mie anziane zie che mi facevano camminare, per tenermi in fedele esercizio, con le mani giunte e mi regalavano, ogni volta che andavo a trovarle, le immaginette dei Santi spacciandole per futuristiche figurine panini. Poi, però, per colpa di qualche bigotto parrocchiale che ha falsificato il vero significato delle tre parole chiesa-cuore-amore, ho un po' lasciato perdere l'indirizzo religioso.
Da bambino, comunque, sognavo anche di diventare giornalista.
Ovunque mi trovassi improvvisavo la creazione di un giornale.
All'età di otto anni ne realizzai uno in casa. Si chiamava Foglio Bianco. Erano riportate varie notizie, tra cui: le informazione su ciò che aveva cucinato mia madre con tanto di spietata critica alla Gambero Rosso; le cronache delle sfide a Subbuteo contro mio fratello, con l'immancabile notiziario dei tafferugli sviluppatisi prima, durante, dopo e il giorno dopo la partita; gli scoop sui nuovi amori di mia sorella, con particolare attenzione alle conquiste prodotte su di lei dalle band musicali tipo Duran Duran o Spandau Ballet; le imprecazioni a giorni alterni di mio padre nel vedere l'abbondante discesa della pioggia subito dopo aver strofinato a lucido la macchina.
Fui promotore di altre iniziative editoriali nell'area del giornalismo, come Proccia, alle scuole medie, e Time Scout, nei giorni felici trascorsi nel mondo degli esploratori azzurri. L'amore verso la carta stampata mi fece redigere anche un giornale in bagno. Era un modo come un altro per truffare il tempo e per distrarmi dagli olezzi spiacevoli che si condensavano nella mezz'oretta che rimanevo chiuso lì dentro. Il giornale, chiaramente, lo realizzai con la carta igienica. Peccato, però, che nessuno poté mai leggere le strisce macchiate d'inchiostro di quel fantastico tabloid. Le notizie, infatti, così come venivano fuori dalla mia vena creativa, se ne andavano via... seguendo il loro poco invidiato destino.
L'ometto con la tuba e lo smoking, dopo un prolisso e soporifero discorso sulle responsabilità sociali-culturali-familiari degli adulti, mi domanda:
«Che lavoro vuoi fare da grande?»
«Non lo so, ci devo ancora pensare» gli rispondo.
«Ma non ti viene in mente proprio niente?» continua lui «Andiamo... ci dev'essere qualcosa che ti piacerebbe fare! Esisterà un lavoro adatto alle tue... cof! cof!... capacità! Pensaci bene».
In quell'istante, però, mi vennero in mente solo circoscritti lavori adatti alle mie umilissime capacità, o meglio ancora, predisposti ad un felice innesto con le mie attitudini e fantasie. Con il senso di responsabilità, di certo, non mi sono mai stretto in un morboso balletto romantico. Rendersi conto di essere diventato adulto non è sempre facile. Il capire che tra un po' di tempo tutti i problemi del mondo verranno a corteggiarmi con insistenza sotto casa, infatti, non mi rende particolarmente entusiasta. In fondo, non è tutta colpa mia. E' un po' il messaggio che mi stanno lasciando gli adulti. I problemi irrisolvibili, il duro lavoro, le responsabilità familiari, i conflitti di sangue, le bugie per giustificare qualche assenza, i bolli delle macchine da pagare, l'amore che qualche volta ti frega, i piaceri a tizio, i favori all'amico di tizio, i soldi da prestare ai parenti di tizio altrimenti arrivano gli amici di caio... ma io cosa centro con tutto questo!
Eppure, è arrivato anche il mio momento. Il mio turno.
L'ometto, allora, si alza la tuba dal capo e scompare silenziosamente dal mio sogno, ma prima di andarsene mi suggerisce di andare all'Ufficio dei Lavori Smarriti e di cercare la sua amica Assunta.
Lei mi avrebbe aiutato a comprendere meglio le mie doti tenacemente velate, ed in più conosceva tanta gente interessante a cui poteva far comodo un giovane disoccupato pronto ad imparare una fatica, un mestiere... insomma, potevo disporre a libero piacere di una sua luminosa e calda raccomandazione.
Mi sveglio improvvisamente dal sogno. Mi accorgo di avere la fronte bagnata. Inzuppata di acqua. Scruto il soffitto sopra la mia testa per sorprendere se c'è qualche crepa. Ma il soffitto è intatto e cosa più interessante, fuori non piove. Mi metto seduto sul letto.
Comincio a pensare. A riflettere sulla mia vita e su quello che ho realizzato durante il lungo corso degli anni. Dopo due minuti ho già finito di pensare.
Decido, quindi, di raggiungere l'Ufficio dei Lavori Smarriti e di cercare Assunta, l'amica del fantomatico omino con la tuba che mi è apparso precedentemente in sogno.
NonfuggodaFoggia... almeno per ora!
venerdì 17 dicembre 2010
giovedì 16 dicembre 2010
Primo Capitolo
Foggia terra di mafia, di silenzi, di sguardi maligni che ti seguono passo dopo passo e che a volte ti accoltellano ignobilmente alle spalle.
Foggia terra di disoccupati, di giovani annoiati che trovano sfogo nell'appoggiare la loro schiena indolenzita sui muri del pianto fatti in casa.
Foggia città senza spina dorsale, che insulta il diverso, lo strano, colui che con il cuore traboccante di coraggio sfida ed oltraggia la normalità.
Foggia città di proiettili vaganti, di furti incontrollati e di incessanti ultimi piazzamenti nelle speciali classifiche sulla qualità della vita.
E' il mio pensiero su Foggia, è il mio triste verdetto sulla città in cui vivo e che tanto amo, ma che allo stesso tempo mi scaraventa costantemente l'immagine della paura e dell'abbandono. E tra non molto il mio pensiero lo conosceranno anche gli altri.
E' sera e mi trovo da solo sulla lunga spiaggia di Manfredonia. Tra le mani stringo forte il mio scritto. Lo arrotolo. Impugno una piccola bottiglia di plastica e ci infilo dentro il testo. Prima, però, tolgo l'etichetta perché non vorrei che nel corso del suo viaggio marino la bottiglia venisse sanzionata da qualche motovedetta della Guardia di Finanza per spaccio di pubblicità occulta.
Ho voglia di comunicare con il mondo, ho desiderio di far capire a tutti il dramma che vive questa città ed il forte senso di sfiducia, di apatia e di degrado che ormai accompagna le giornate dei suoi abitanti; non è facile camminare per strada conservando, tutti i giorni, i riflessi giusti per scansare una pallottola indirizzata verso colui che passeggia fischiettando al tuo fianco.
Mi inginocchio verso il placido mare manfredoniano adulato, per l'occasione, dai rigogliosi raggi della luna. Infilo il dito nell'acqua per misurare la temperatura che accoglierà il mio messaggio di sfogo, il mio messaggio in bottiglia.
Ad un tratto sento qualcosa di affilato stringere forte il mio dito rilevatore. La cosa tiene stretto a sé il mio indice sinistro. Non lo molla, non lo lascia andare. Provo a portare alla luce il mio pezzo di corpo ferito. L'indice sbuca fuori dall'acqua estraendo con sé anche un pesce-sabotatore che a quanto pare prova particolarmente gusto a ciucciare il mio dito.
Lo stringe con intensità, con accanimento. Emetto un urlo incontenibile e, per la pazzia del momento, svincolo nell'aria la bottiglia che contiene la mia missiva di liberazione.
Si sente un tonfo. Un'imprecazione. Dopo un secondo, vengo abbagliato da un grosso faro giallo. Il pesce-sabotatore, nel frattempo, con le sue tenui pinne, si è arpionato al mio dito. La potente luce gialla continua ad accecarmi. E' il faro della motovedetta della Guardia Costiera. In due si lanciano verso di me. Mi bloccano, mi strappano il pesce dal dito, mi scaraventano sulla sabbia e mi puntano il bagliore di una torcia elettrica sugli occhi.
«Quando sei sbarcato?» mi chiede uno di loro tratto in inganno, probabilmente, dallo scuro colore della mia pelle. Ma io non tradisco le mie origini e non rispondo.
«Non fare il duro con noi, quando sei sbarcato? Da dove vieni? Da dove sei partito?». Continuo a non rispondere, ma non è questione di audacia o di inclinazione alla sfida; è solo questione dell'imprevista nascita di una forma sconosciuta di paura paralizzante che ha messo fine ai miei flussi linguistici.
«Forse non è un immigrato» dice con saggezza quello più alto al suo collega. «Ora che lo guardo bene, credo che sia uno degli scafisti». E per correttezza al fresco titolo nobiliare affibbiatomi mi dà un calcio sulla gamba. Intanto, il pesce-sabotatore rimasto all'aria aperta sulla spiaggia, facendo forza sulle sue sottili pinne, vuole omaggiare per l'ultima volta il senso della sua vita. Punta con invidiabile precisione il mio dito sinistro e lo azzanna nuovamente. Emetto, facendomi spazio tra i discendenti raggi lunari, un nuovo potentissimo urlo di dolore.
«Sta chiamando i suoi compagni» incalza il marinaio, facendomi dono di un altro fendente sulla gamba. «Portiamolo via e domani tutti i giornali parleranno di noi, della nostra lotta agli scafisti, del nostro riuscire a fermare in tempo tutti quegli stranieri che vogliono arrivare in Italia; forse, i ministri che hanno pensato la legge sull'immigrazione ci daranno anche delle medaglie al valore per lo spirito di difesa della Patria che abbiamo dimostrato e ci diranno che siamo degli eroi. Per di più» conclude sempre il marinaio più alto «non abbiamo dovuto affondare nessuna imbarcazione, risparmiando munizioni e non inquinando il mare di sangue extracomunitario».
Ma a spezzare i sogni di decorazione dei due uomini della Guardia Costiera, ci pensa il loro capitano. All'interno della sua impeccabile uniforme bianca si avvicina a noi tenendosi la mano destra sull'occhio sinistro. Per un attimo penso che tra i suoi sogni più segreti ci sia quello di voler imitare qualche vecchio, sanguinario pirata delle filibustiere che solcavano i mari del sud. Ma poi, una volta piazzatosi proprio davanti a me, si scioglie la sua particolare benda da bucaniere. Abbassa, infatti, la mano dall'occhio e mette in mostra il suo trofeo. In pratica, il lancio alla cieca della mia bottiglia gli ha provocato un'ombrosa macchia livida intorno all'occhio sinistro.
Con l'occhio ancora intatto mi osserva senza dire nulla. Trattenendo la rabbia. Senza dare sbocco alla sua violenza repressa.
Poi, appoggiando la sua mano-benda sulla mia spalla sinistra mi confida all'orecchio: «Quello che hai scritto sul messaggio, lo penso anch'io; però non ti nascondo che avrei trovato più gusto ad arrestarti». E mentre fa per porgermi la bottiglia di plastica contenente il mio appello all'umanità, si volta verso il mare, prende bene la mira per evitare di affondare la motovedetta e catapulta l'epigrafe Foggia terra di mafia al suo destino di mercurio, alla benevolenza delle correnti marine che impongono il loro volere alle ospitali acque del Mediterraneo.
Foggia terra di disoccupati, di giovani annoiati che trovano sfogo nell'appoggiare la loro schiena indolenzita sui muri del pianto fatti in casa.
Foggia città senza spina dorsale, che insulta il diverso, lo strano, colui che con il cuore traboccante di coraggio sfida ed oltraggia la normalità.
Foggia città di proiettili vaganti, di furti incontrollati e di incessanti ultimi piazzamenti nelle speciali classifiche sulla qualità della vita.
E' il mio pensiero su Foggia, è il mio triste verdetto sulla città in cui vivo e che tanto amo, ma che allo stesso tempo mi scaraventa costantemente l'immagine della paura e dell'abbandono. E tra non molto il mio pensiero lo conosceranno anche gli altri.
E' sera e mi trovo da solo sulla lunga spiaggia di Manfredonia. Tra le mani stringo forte il mio scritto. Lo arrotolo. Impugno una piccola bottiglia di plastica e ci infilo dentro il testo. Prima, però, tolgo l'etichetta perché non vorrei che nel corso del suo viaggio marino la bottiglia venisse sanzionata da qualche motovedetta della Guardia di Finanza per spaccio di pubblicità occulta.
Ho voglia di comunicare con il mondo, ho desiderio di far capire a tutti il dramma che vive questa città ed il forte senso di sfiducia, di apatia e di degrado che ormai accompagna le giornate dei suoi abitanti; non è facile camminare per strada conservando, tutti i giorni, i riflessi giusti per scansare una pallottola indirizzata verso colui che passeggia fischiettando al tuo fianco.
Mi inginocchio verso il placido mare manfredoniano adulato, per l'occasione, dai rigogliosi raggi della luna. Infilo il dito nell'acqua per misurare la temperatura che accoglierà il mio messaggio di sfogo, il mio messaggio in bottiglia.
Ad un tratto sento qualcosa di affilato stringere forte il mio dito rilevatore. La cosa tiene stretto a sé il mio indice sinistro. Non lo molla, non lo lascia andare. Provo a portare alla luce il mio pezzo di corpo ferito. L'indice sbuca fuori dall'acqua estraendo con sé anche un pesce-sabotatore che a quanto pare prova particolarmente gusto a ciucciare il mio dito.
Lo stringe con intensità, con accanimento. Emetto un urlo incontenibile e, per la pazzia del momento, svincolo nell'aria la bottiglia che contiene la mia missiva di liberazione.
Si sente un tonfo. Un'imprecazione. Dopo un secondo, vengo abbagliato da un grosso faro giallo. Il pesce-sabotatore, nel frattempo, con le sue tenui pinne, si è arpionato al mio dito. La potente luce gialla continua ad accecarmi. E' il faro della motovedetta della Guardia Costiera. In due si lanciano verso di me. Mi bloccano, mi strappano il pesce dal dito, mi scaraventano sulla sabbia e mi puntano il bagliore di una torcia elettrica sugli occhi.
«Quando sei sbarcato?» mi chiede uno di loro tratto in inganno, probabilmente, dallo scuro colore della mia pelle. Ma io non tradisco le mie origini e non rispondo.
«Non fare il duro con noi, quando sei sbarcato? Da dove vieni? Da dove sei partito?». Continuo a non rispondere, ma non è questione di audacia o di inclinazione alla sfida; è solo questione dell'imprevista nascita di una forma sconosciuta di paura paralizzante che ha messo fine ai miei flussi linguistici.
«Forse non è un immigrato» dice con saggezza quello più alto al suo collega. «Ora che lo guardo bene, credo che sia uno degli scafisti». E per correttezza al fresco titolo nobiliare affibbiatomi mi dà un calcio sulla gamba. Intanto, il pesce-sabotatore rimasto all'aria aperta sulla spiaggia, facendo forza sulle sue sottili pinne, vuole omaggiare per l'ultima volta il senso della sua vita. Punta con invidiabile precisione il mio dito sinistro e lo azzanna nuovamente. Emetto, facendomi spazio tra i discendenti raggi lunari, un nuovo potentissimo urlo di dolore.
«Sta chiamando i suoi compagni» incalza il marinaio, facendomi dono di un altro fendente sulla gamba. «Portiamolo via e domani tutti i giornali parleranno di noi, della nostra lotta agli scafisti, del nostro riuscire a fermare in tempo tutti quegli stranieri che vogliono arrivare in Italia; forse, i ministri che hanno pensato la legge sull'immigrazione ci daranno anche delle medaglie al valore per lo spirito di difesa della Patria che abbiamo dimostrato e ci diranno che siamo degli eroi. Per di più» conclude sempre il marinaio più alto «non abbiamo dovuto affondare nessuna imbarcazione, risparmiando munizioni e non inquinando il mare di sangue extracomunitario».
Ma a spezzare i sogni di decorazione dei due uomini della Guardia Costiera, ci pensa il loro capitano. All'interno della sua impeccabile uniforme bianca si avvicina a noi tenendosi la mano destra sull'occhio sinistro. Per un attimo penso che tra i suoi sogni più segreti ci sia quello di voler imitare qualche vecchio, sanguinario pirata delle filibustiere che solcavano i mari del sud. Ma poi, una volta piazzatosi proprio davanti a me, si scioglie la sua particolare benda da bucaniere. Abbassa, infatti, la mano dall'occhio e mette in mostra il suo trofeo. In pratica, il lancio alla cieca della mia bottiglia gli ha provocato un'ombrosa macchia livida intorno all'occhio sinistro.
Con l'occhio ancora intatto mi osserva senza dire nulla. Trattenendo la rabbia. Senza dare sbocco alla sua violenza repressa.
Poi, appoggiando la sua mano-benda sulla mia spalla sinistra mi confida all'orecchio: «Quello che hai scritto sul messaggio, lo penso anch'io; però non ti nascondo che avrei trovato più gusto ad arrestarti». E mentre fa per porgermi la bottiglia di plastica contenente il mio appello all'umanità, si volta verso il mare, prende bene la mira per evitare di affondare la motovedetta e catapulta l'epigrafe Foggia terra di mafia al suo destino di mercurio, alla benevolenza delle correnti marine che impongono il loro volere alle ospitali acque del Mediterraneo.
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