Foggia terra di mafia, di silenzi, di sguardi maligni che ti seguono passo dopo passo e che a volte ti accoltellano ignobilmente alle spalle.
Foggia terra di disoccupati, di giovani annoiati che trovano sfogo nell'appoggiare la loro schiena indolenzita sui muri del pianto fatti in casa.
Foggia città senza spina dorsale, che insulta il diverso, lo strano, colui che con il cuore traboccante di coraggio sfida ed oltraggia la normalità.
Foggia città di proiettili vaganti, di furti incontrollati e di incessanti ultimi piazzamenti nelle speciali classifiche sulla qualità della vita.
E' il mio pensiero su Foggia, è il mio triste verdetto sulla città in cui vivo e che tanto amo, ma che allo stesso tempo mi scaraventa costantemente l'immagine della paura e dell'abbandono. E tra non molto il mio pensiero lo conosceranno anche gli altri.
E' sera e mi trovo da solo sulla lunga spiaggia di Manfredonia. Tra le mani stringo forte il mio scritto. Lo arrotolo. Impugno una piccola bottiglia di plastica e ci infilo dentro il testo. Prima, però, tolgo l'etichetta perché non vorrei che nel corso del suo viaggio marino la bottiglia venisse sanzionata da qualche motovedetta della Guardia di Finanza per spaccio di pubblicità occulta.
Ho voglia di comunicare con il mondo, ho desiderio di far capire a tutti il dramma che vive questa città ed il forte senso di sfiducia, di apatia e di degrado che ormai accompagna le giornate dei suoi abitanti; non è facile camminare per strada conservando, tutti i giorni, i riflessi giusti per scansare una pallottola indirizzata verso colui che passeggia fischiettando al tuo fianco.
Mi inginocchio verso il placido mare manfredoniano adulato, per l'occasione, dai rigogliosi raggi della luna. Infilo il dito nell'acqua per misurare la temperatura che accoglierà il mio messaggio di sfogo, il mio messaggio in bottiglia.
Ad un tratto sento qualcosa di affilato stringere forte il mio dito rilevatore. La cosa tiene stretto a sé il mio indice sinistro. Non lo molla, non lo lascia andare. Provo a portare alla luce il mio pezzo di corpo ferito. L'indice sbuca fuori dall'acqua estraendo con sé anche un pesce-sabotatore che a quanto pare prova particolarmente gusto a ciucciare il mio dito.
Lo stringe con intensità, con accanimento. Emetto un urlo incontenibile e, per la pazzia del momento, svincolo nell'aria la bottiglia che contiene la mia missiva di liberazione.
Si sente un tonfo. Un'imprecazione. Dopo un secondo, vengo abbagliato da un grosso faro giallo. Il pesce-sabotatore, nel frattempo, con le sue tenui pinne, si è arpionato al mio dito. La potente luce gialla continua ad accecarmi. E' il faro della motovedetta della Guardia Costiera. In due si lanciano verso di me. Mi bloccano, mi strappano il pesce dal dito, mi scaraventano sulla sabbia e mi puntano il bagliore di una torcia elettrica sugli occhi.
«Quando sei sbarcato?» mi chiede uno di loro tratto in inganno, probabilmente, dallo scuro colore della mia pelle. Ma io non tradisco le mie origini e non rispondo.
«Non fare il duro con noi, quando sei sbarcato? Da dove vieni? Da dove sei partito?». Continuo a non rispondere, ma non è questione di audacia o di inclinazione alla sfida; è solo questione dell'imprevista nascita di una forma sconosciuta di paura paralizzante che ha messo fine ai miei flussi linguistici.
«Forse non è un immigrato» dice con saggezza quello più alto al suo collega. «Ora che lo guardo bene, credo che sia uno degli scafisti». E per correttezza al fresco titolo nobiliare affibbiatomi mi dà un calcio sulla gamba. Intanto, il pesce-sabotatore rimasto all'aria aperta sulla spiaggia, facendo forza sulle sue sottili pinne, vuole omaggiare per l'ultima volta il senso della sua vita. Punta con invidiabile precisione il mio dito sinistro e lo azzanna nuovamente. Emetto, facendomi spazio tra i discendenti raggi lunari, un nuovo potentissimo urlo di dolore.
«Sta chiamando i suoi compagni» incalza il marinaio, facendomi dono di un altro fendente sulla gamba. «Portiamolo via e domani tutti i giornali parleranno di noi, della nostra lotta agli scafisti, del nostro riuscire a fermare in tempo tutti quegli stranieri che vogliono arrivare in Italia; forse, i ministri che hanno pensato la legge sull'immigrazione ci daranno anche delle medaglie al valore per lo spirito di difesa della Patria che abbiamo dimostrato e ci diranno che siamo degli eroi. Per di più» conclude sempre il marinaio più alto «non abbiamo dovuto affondare nessuna imbarcazione, risparmiando munizioni e non inquinando il mare di sangue extracomunitario».
Ma a spezzare i sogni di decorazione dei due uomini della Guardia Costiera, ci pensa il loro capitano. All'interno della sua impeccabile uniforme bianca si avvicina a noi tenendosi la mano destra sull'occhio sinistro. Per un attimo penso che tra i suoi sogni più segreti ci sia quello di voler imitare qualche vecchio, sanguinario pirata delle filibustiere che solcavano i mari del sud. Ma poi, una volta piazzatosi proprio davanti a me, si scioglie la sua particolare benda da bucaniere. Abbassa, infatti, la mano dall'occhio e mette in mostra il suo trofeo. In pratica, il lancio alla cieca della mia bottiglia gli ha provocato un'ombrosa macchia livida intorno all'occhio sinistro.
Con l'occhio ancora intatto mi osserva senza dire nulla. Trattenendo la rabbia. Senza dare sbocco alla sua violenza repressa.
Poi, appoggiando la sua mano-benda sulla mia spalla sinistra mi confida all'orecchio: «Quello che hai scritto sul messaggio, lo penso anch'io; però non ti nascondo che avrei trovato più gusto ad arrestarti». E mentre fa per porgermi la bottiglia di plastica contenente il mio appello all'umanità, si volta verso il mare, prende bene la mira per evitare di affondare la motovedetta e catapulta l'epigrafe Foggia terra di mafia al suo destino di mercurio, alla benevolenza delle correnti marine che impongono il loro volere alle ospitali acque del Mediterraneo.
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